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La confraternita dei carrellanti

La magia di un vecchio bastone

Un nuovo episodio di Massimo De Luca: “Chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, come il Napoleone del 5 maggio, ho rivisto d’improvviso i bei colpi che partivano da quel legnetto dimenticato in soffitta…”

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Massimo De Luca, grande firma del giornalismo sportivo italiano e appassionato golfista

 

 

“Chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, come il Napoleone del 5 maggio, ho rivisto d’improvviso i bei colpi che partivano da quel legnetto dimenticato in soffitta…”

Il vecchio bastone giaceva lì, abbandonato da anni. Lì, cioè nel soppalco che nelle case contemporanee surroga i compiti delle soffitte di un tempo, rifugio di ogni oggetto dismesso ma da cui si fa fatica a distaccarsi. E, talvolta, per fortuna.

La “cosa” non esiste più nell’uso quotidiano ma c’è ancora, sia essa una valigia dell’era pre-trolley, un quadro sfrattato dalle pareti di casa per l’arrivo di nuove opere, una vecchia sacca.

Oppure, come in questo caso, un legno 3 dell’anno 2000: un “Big Bertha Steelhead” che mi aveva accompagnato, e devo dire felicemente, nei primi passi post handicap.

Poi, come sempre accade, era stato soppiantato da successori via via più tecnologici, perché (e anche questo è un classico) quando i colpi cominciano a far cilecca non si pensa tanto a migliorare lo swing quanto a cambiare l’attrezzo.

Però da quel legnetto ormai “vintage” non mi ero mai separato del tutto, rifiutandomi di darlo in cambio all’acquisto di qualcuno dei suoi eredi. Era rimasto lì, fra le carabattole che in ogni casa si accumulano: non era più in sacca, ma c’era.

E siccome la vita è fatta di coincidenze, mi son trovato ad arrampicarmi su per la botola del soppalco per richiamare in servizio – su richiesta di mia moglie – un abat jour da tempo dismesso proprio nei giorni in cui la vita golfistica era tormentata da un’improvvisa inefficacia nei colpi lunghi dal fairway.

Tra oggetti d’ogni genere, ecco l’apparizione: una folgorazione, quasi. Chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, come il Napoleone del 5 maggio, ho rivisto d’improvviso le traiettorie alte e profonde che partivano da quell’antenato. E ho risentito quel suono argentino, tipico di quel modello e mai più riscontrato in altri, che segnalava subito la corretta esecuzione del colpo.

Se avevi colpito nello sweet spot avvertivi una nota acuta, come quella di una corda di arpa pizzicata con maestria. La nostalgia, si sa, è canaglia per definizione.

Dimentico del resto (l’abat jour), ho tirato giù il bastone e, secondo programma prestabilito, ho raggiunto gli amici al Circolo per la partitella di tardo pomeriggio estivo (le più belle dell’anno).

Dopo il tee shot sul primo par 5 ho estratto la ripudiata Durlindana e, in un dolcissimo e acuto “tiiin” ho visto la pallina atterrare a centro pista circa 170 metri dopo.

Gli amici, che avevano vissuto con me il recente tormento di legni flappati o rattonati, si son complimentati per il cessato allarme, senza scoprire però il segreto della soluzione. Non hanno buon orecchio, i tapini (specie uno di loro).

La faccio breve: è andata avanti così, cioè bene. Non che tutto fosse perfetto, ma a ogni colpo buono cresceva la fiducia nello strumento tanto da accettare serenamente anche un paio di vangate non ideali, nella convinzione di potermi rifare. Come quando, in un par 3 di 165 metri, l’ho stampata per il birdie poco oltre l’asta. Un trionfo.

Tornato a casa di ottimo umore, ho trovato mia moglie indaffarata attorno all’angolo dove stava operando gli spostamenti di mobilio senza i quali pare che, periodicamente, le donne non possano sopravvivere.

“Ecco – mi ha detto – ho sistemato tutto. Mi dai l’abat jour che era nel soppalco?”. Panico. Avendo completamente rimosso l’affare-illuminazione alla vista del legno 3, mi ritrovavo a rischiare la consueta accusa di inadempienza domestica. O, peggio, di rimbambimento senile.

“Ho avuto una splendida idea – ho replicato con prontezza sorprendente anche per me – Domani porto dall’elettricista quel bellissimo legno 3, comprato il mese scorso. Gli faccio innestare dei led sulla testa e ne vien fuori una lampada che non ha nessuno. Che ne dici?”

La sventurata non rispose (sempre Manzoni che mi perseguita). Ma il suo silenzioso scoramento voleva dire molte cose. E nessuna era lusinghiera, per me.

La confraternita dei carrellanti

Partire dai tee verdi, colore della speranza

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Massimo De Luca, grande firma del giornalismo sportivo italiano e appassionato golfista

È davvero possibile illudersi di vincere la battaglia non col golf, ma con la vita, spacciandosi per eternamente giovani? La risposta di buon senso sarebbe no, per i giocatori “over” che vogliono ancora divertirsi.

Se vi chiedono di associare istintivamente un colore al golf, la risposta non può che essere una: il verde, of course. Il piacere di passare molte ore nel verde è, in genere, il fascino attribuito a questo sport dai neofiti, giustamente entusiasti all’idea di passeggiare fra prati curati, alberi, laghi. Poi magari accade che, una volta diventati più esperti, la voglia di giocar bene, destinata a puntuale disillusione, prevarrà su ogni ispirazione bucolica e tutto si concentrerà sugli incontrollabili voli della pallina, con tanti saluti alla contemplazione del paesaggio. Ma questo è un altro discorso. Il luogo dove tutto si decide, dove un tap in da un centimetro vale come un drive da 200 metri, è naturalmente il green che altro non significa se non verde. Verde è il trofeo più ambito del golf professionistico, la giacca riservata ai vincitori del Masters di Augusta. E verde, si sa, è il colore della speranza che ci accompagna sul tee della 1, quando non sappiamo se in campo vivremo un giorno di gloria o la solita esperienza di inadeguatezza.

Comunque, tutto è verde nel golf, e tutto il verde è bello (il bianco-beige dei bunker, per dire, ha molto meno fascino e soprattutto fa un po’ incazzare).

Verdi sono anche i battitori avanzati adottabili dai seniores. Qui, però, cominciano i distinguo, almeno da noi in Italia, tanto che quel verde lì non riesce a piacere a tutti. L’ età media della popolazione golfistica italiana registra un’altissima percentuale di “S” nelle classifiche delle gare accanto al nome dei partecipanti, rendendo ormai estremamente competitivo aggiudicarsi il “Primo Senior”, tanta è la concorrenza. Il buon senso dovrebbe indurre la stragrande maggioranza di noi “over” (60, 70 oppure 80, fate voi) a spostarsi un po’ più avanti. Del resto se, con l’età, si verifica che prendere i par 4 in due colpi (se non in tre) sta diventando una chimera… se il terzo colpo nei par 5 deve spesso decollare da 150 metri e più, perché insistere? C’è una logica nella progettazione dei campi e prevede giocabilità diverse (e diversi tee di partenza) in rapporto a età e abilità, ovvero handicap. Ma mentre sull’handicap si può sempre sperare di migliorare (molto meno di prima da che si è in balìa dell’algoritmo) sull’età e sulle sue conseguenze nulla quaestio: è una battaglia perduta. Sarà un caso che, di anno in anno, noi giocatori attempati abbiamo la sensazione che ci stiano allungando le buche?

 La soluzione sarebbe semplice: ci si avvale dell’agevolazione consentita dal regolamento, si paga qualcosa in termini di colpi ma si ritrova il gusto di provare a giocare le buche in regulation. Non sempre ci si riuscirà, ma almeno si potrà provare. Tutto a posto, allora? Macché. Sembra che “comprarsi” un po’ più di divertimento pagandolo con qualche colpo equivalga ad alzare bandiera bianca. Una implicita ammissione di inferiorità. Come se davvero fosse possibile vincere la battaglia non col golf, ma con la vita, spacciandosi per eternamente giovani. 

La prima esperienza del genere l’ho vissuta involontariamente negli Stati Uniti. Iscrittomi a una gara in quel paradiso golfistico che è Myrtle Beach, mi trovai automaticamente assegnato ai tee avanzati dalla segreteria. Avevo da poco compiuto 60 anni (bei tempi…). Confesso: mi sentii mortificato. Poi ho visto tirare da quegli stessi tee i miei compagni americani (coetanei) e mamma mia se la scagliavano! Non solo: erano ben felici di partire più avanti e giocarsi tutte le loro chance a ogni buca. Nessun complesso d’inferiorità. Solo la serena accettazione della legge del tempo. E molte risate in più. L’eccezione, naturalmente, c’è ed è rappresentata da quegli “over” dotati di particolare talento, tanto da riuscire a restare “one digit”. Ma sappiamo bene che si tratta di un’esigua minoranza.

Aggiungo un’altra recentissima esperienza. Ho avuto il privilegio di tornare a giocare con il nostro grande Costantino Rocca in una Pro-Am a casa sua, il bellissimo campo dell’Albenza. Tino ha giocato le 18 buche dai tee gialli, non bianchi, semplicemente perché ne aveva diritto. E non si sentiva certo sminuito per questo.

E allora possiamo essere così presuntuosi da ritenerci meglio di Costantino Rocca? Direi di no, se un minimo di buon senso abita ancora i nostri pensieri. 

For ever young è una magnifica canzone, ma anche un’eterna illusione.

 

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La confraternita dei carrellanti

Umiltà in campo pratica, la vera lezione di un Open

Un nuovo episodio di Massimo De Luca: ”Quando capita di seguire un torneo dei Pro, si spera sempre di rubar loro qualche segreto. È una vana speranza, come pensare di replicare Verstappen guidando la nostra auto. E invece ci sarebbero un luogo e un momento dove rubare qualcosa per migliorarsi.”

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Massimo De Luca, grande firma del giornalismo sportivo italiano e appassionato golfista

Quando capita di seguire un torneo dei Pro, si spera sempre di rubar loro qualche segreto. È una vana speranza, come pensare di replicare Verstappen guidando la nostra auto. E invece ci sarebbero un luogo e un momento dove rubare qualcosa per migliorarsi.

Argentario golf club

Scrivo queste righe mentre seguo sul bel campo dell’Argentario l’82esima edizione dell’Open d’Italia.
Assistere a una gara di qualsiasi tour professionistico trasmette sempre al Carrellante un mix di sensazioni contrastanti. Partiamo da un dato, incontestabile: il pubblico del golf (quando c’è, e qui purtroppo non ce n’è molto sia per il gran caldo sia per la collocazione un po’ defilata del Club, accattivante e ottimo per chi sia in vacanza in Maremma, ma lontano da qualsiasi grande città) è composto quasi esclusivamente da praticanti. È un caso pressoché unico: nessuno assiste a una gara di Formula 1 pensando di replicare le performance di un Verstappen o di un Leclerc, così come chi ha applaudito per anni Federica Pellegrini non si è mai sognato di poter nuotare come lei. Si assiste, si tifa, si partecipa per passione sperando di veder vincere il proprio idolo. Ma quanto a imitar loro, che si tratti di Sinner o (a suo tempo) Yuri Chechi, di Pecco Bagnaia o Lamin Yamal, nessuno si lascia minimamente attraversare dall’idea.
Qui no. Qui la pallina è ferma per loro come per noi, e non c’è, come nel tennis ad esempio, un demonio tipo Alcaraz che dall’altra parte della rete te la scaglia contro a 200 km/h; i campi son gli stessi (ovviamente accorciati ad usum Carellantium), di bastoni 14 ne han loro e 14 noi. Insomma tutto congiura a scatenare un processo di identificazione-invidia che non avrebbe senso di essere ma c’è, inutile negarlo.
L’errore che tutti commettiamo è di non limitarci ad ammirare e applaudire. No, noi no: noi stiamo lì nella vana speranza di rubare qualche segreto che consenta di migliorare le nostre traiettorie, così diverse dalle loro, alte, lunghe e maestose annunciate da uno schiocco all’impatto in nulla parente del rumore prodotto dai colpi del nostro repertorio.
E allora il mix di sensazioni di cui sopra si articola attraverso la triade ammirazione-invidia-sconforto. Voi direte che tutto ciò è semplicemente assurdo e avete pure ragione. Ma non potrete negare, in tutta onestà, che sia capitato anche a voi, se e quando vi siate trovati lungo i fairway di un qualsiasi Open.
In verità c’è anche un quarto elemento e si chiama consolazione. Si manifesta quando qualcuno di questi sperimentati professionisti incappa in un errore banale come una flappa, uno shank o un putt corto non imbucato. Sono quelli i momenti in cui il Carrellante-tipo si sente confortato, direi addirittura legittimato, senza minimamente considerare che quelle momentanee défaillances a noi così consuete per loro rappresentano una sciagurata ma rarissima eccezione.
E però ci sarebbero un luogo e un momento, nel corso di un Open, ideali per riuscire davvero a riportare a casa qualcosa di utile ai nostri poveri score. Il luogo è il campo pratica, il momento ovviamente è quello in cui tutti i pro si preparano alla partenza o re-impostano il lavoro per il giro successivo. Qui il Carrellante, se avesse l’umiltà e l’accortezza di spenderci un po’ di tempo, scoprirebbe come campioni collaudati ricorrano a correttivi e accorgimenti che lui ha ripudiato da tempo ritenendo acquisita una certa tecnica di base. Aste conficcate nel terreno con un’angolazione idonea a punire un errato piano di swing; asciugamani tesi da un’ascella all’altra per mantenere la corretta connessione delle braccia; caddie che tengono il grip di un bastone sulla testa del loro pro per indurlo a tener ferma la testa. Non c’è maestro che non ci abbia sottoposto a trattamenti del genere che – ammettiamolo – ci sembravano umilianti oltre che fastidiosi. E che, in massima parte, abbiamo archiviato ritenendo di aver acquisito un livello superiore di gioco. E invece si viene qui e si constata che con molta umiltà i campioni si sottopongono a quei “trattamenti” che noi abbiamo ripudiato.
Umiltà. Non dovrebbe essere questa l’unica lezione da apprendere studiando i campioni?

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La confraternita dei carrellanti

E venne l’anno di Bufalo Ball

Un nuovo episodio di Massimo De Luca: ”Con l’approssimarsi del ritorno alla stagione piena del golf, ho deciso che anni di delusioni richiedevano una svolta esistenziale. Perciò ho cambiato maestro. Ho bussato alla porta di un maestro cinese di vita. Di vita zen”

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Massimo De Luca, grande firma del giornalismo sportivo italiano e appassionato golfista

 

Con l’approssimarsi del ritorno alla stagione piena del golf, ho deciso che anni di delusioni richiedevano una svolta esistenziale. Perciò ho cambiato maestro. Ho bussato alla porta di un maestro cinese di vita. Di vita zen

Anno nuovo, vita nuova. Detta così, è un po’ banale. In realtà, con l’approssimarsi del ritorno
alla stagione piena del golf, ho deciso che anni di delusioni richiedevano una svolta esistenziale. Perciò ho cambiato maestro.

No, un attimo: cerchiamo di capirci. Non era questione di modificare lo swing, nelle mille fasi in cui è maledettamente articolato (che ce n’è sempre una che va a posto e un’altra che va in crisi: bene il take away, male il down swing; bene take away e down swing, male il finish; bene il finish ma sei tornato a muovere la testa nel take away ecc.). Stavolta la questione era più profonda. Si trattava di modificare il mio atteggiamento nei confronti di quella simulazione della vita che è un giro di 18 buche. In breve: non sono passato da un maestro di golf a un altro. Ho bussato alla porta di un maestro cinese di vita. Di vita zen.

L’inizio non è stato dei migliori. Per individuare il mio segno zodiacale cinese, ho dovuto declinare, malvolentieri come da qualche tempo mi capita, la data di nascita completa di anno (funziona così da quelle parti). Scoperta spiacevole: per un solo giorno non sono nato sotto il segno della Tigre. Ora capirete che, per un golfista, il segno della Tigre esercita un certo fascino, dopo che “quella” Tigre ha fatto quello che ha fatto (e speriamo tutti che abbia in serbo ancora qualche cartuccia da sparare). Però, niente da fare: per 24 ore mi ritrovo sotto il segno del Bufalo e, francamente, non è la stessa cosa. Rassegnato, ho chiesto al Maestro, in qualità di Bufalo cosa mi devo aspettare. Spalancando un sorriso radioso, mi ha reso partecipe di quella che lui ritiene una grande fortuna: il 2016, per il calendario cinese, è l’anno della Scimmia. L’ho incautamente interrotto facendogli notare che io la scimmia ce l’ho appollaiata sulle spalle da una quindicina d’anni, da quando cioè ho visto per la prima volta
decollare in campo pratica una pallina dalla faccia di un ferro 7, ma mi ha intimato di tacere.

“Nell’anno della Scimmia – ha detto, un po’ infastidito e in tono sostenuto – il Bufalo deve
aspettarsi molte soddisfazioni ma, attenzione, non le soddisfazioni facili. Si tratta di soddisfazioni che si raggiungono sul campo con fatica e dedizione”. Sul campo con fatica e
dedizione. E sai che novità, ho pensato. Se davvero mi piazzo sul campo (pratica) con fatica e dedizione, per un generoso numero di ore a settimana, magari riesco davvero a purificarmi
dallo slice che mi affligge “ab aeterno”. Però, in tutta onestà, non c’era bisogno di un Grande
Maestro Zen per scoprire che allenandomi di più posso migliorare lo score.

Piuttosto deluso, faccio per alzarmi e salutare, ma il Maestro mi fulmina con lo sguardo:  “Dove va ? Abbiamo appena cominciato. Devo comunicarle che, come Bufalo, lei intratterrà ottimi rapporti col Topo” (ah bè, allora siamo a posto) “e ancora, fondamentale, le devo comunicare l’elemento che si abbina alla Scimmia nella definizione di questo anno che, per noi cinesi, è appena cominciato. Non è il legno” (peccato: avrei bisogno di una protezione celeste per i colpi con i legni da terra) “Non è il ferro” (idem: dal ferro 9 al 5 non ne tengo una dritta) “Non è la terra” (ahi, i bunker !) “Non è l’acqua” (forse è meglio:già ci finisco troppo spesso). “Questo – e la voce del Maestro si è fatta solenne – è l’anno di Scimmia-Fuoco. E deve indurla, in ogni istante, ad approfondire la conoscenza di se stesso.” Basta, avevo sentito già troppo. Fra scimmie, topi e bufali avevo in testa una gran confusione. E poi, conoscere me stesso: grazie, no. Quello che di me ho conosciuto sul campo da golf mi basta e mi avanza. E infatti mai nella mia vita mi sono autoinsultato tanto come da quando gioco a golf.

Praticamente, sono scappato ma già per le scale, messa mano al cellulare, ho telefonato al mio maestro. Di golf, stavolta. Ho prenotato una lezione “ma – ho precisato – da affrontare con fatica e dedizione”: parole che hanno un po’ sconcertato il maestro.

Mi sa che non è del segno del Topo.

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Mille giorni da pecora

Un nuovo episodio di Massimo De Luca: ”Narra la leggenda che i bunker, in origine, fossero le buche di riparo dal vento scozzese per le greggi mentre i loro pastori inventavano il golf. Ma con tutta quella lana addosso avevano proprio bisogno di creare quei maledetti ostacoli di sabbia?”

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Massimo De Luca, grande firma del giornalismo sportivo italiano e appassionato golfista

 

Narra la leggenda che i bunker, in origine, fossero le buche di riparo dal vento scozzese per le greggi mentre i loro pastori inventavano il golf. Ma con tutta quella lana addosso avevano proprio bisogno di creare quei maledetti ostacoli di sabbia?

La leggenda del golf vuole che gli attuali bunker distribuiti a piene mani dai progettisti lungo i campi siano gli eredi delle buche dove le pecore delle Higlands scozzesi cercavano riparo dal vento, stringendosi l’una all’altra. Siccome i pastori, per ingannare il tempo, s’erano inventati questo giochetto di bastoni e palline di fortuna sulle stesse strisce erbose in riva al mare, le fosse anti vento delle loro pecore finirono col far parte del percorso, diventando anche un elemento caratteristico del golf fin dalle sue origini. L’immagine fa una certa tenerezza: le
povere pecorelle flagellate dal vento del nord (lo conosce bene chiunque abbia avuto la
fortuna di giocare da quelle parti) che si stringono l’una all’altra in quei ripari di fortuna. Altro
non avevano a disposizione: sui links non ci sono alberi né abbondano le colline. Così le
poverine si ammassavano per farsi caldo a vicenda e, calpestando e ricalpestando l’erba, ne
facevano affiorare il fondo sabbioso.

Devo anche dire, però, che ogni tenerezza svanisce quando la nostra pallina finisce nella sabbia, anziché in asta (o in fairway, nel caso di un drive), come si era sperato. Ma proprio qui dovevano venire a scaldarsi le pecorelle? Se poi ci si trova appunto in Scozia, dove le sponde sono roba da free climbing oppure hanno la forma di un perfetto cilindro poco più largo di noi stessi, qualche maledizione ai pur amabili quadrupedi ci scappa. Loro non ne hanno colpa, ma, benedette pecore, se non avessero preso l’abitudine di scavar quelle fosse, oggi noi avremmo qualche guaio in meno. E sì che di lana ne hanno addosso per proteggersi.

Inutile negarlo: il bunker, per molti Carrellanti, resta uno dei misteri dolorosi del golf. Più o meno tutti sanno, dai maestri, come comportarsi. I piedi infossati, il bounce del sand wedge da far lavorare, la sabbia da colpire prima della palla (ma non troppa, né troppo poca), l’accelerazione da continuare dopo l’impatto. Sulla teoria, più o meno, ci siamo. E’ la pratica,
però, che ci frega. Per quanto io giochi e per quanti compagni di gioco io possa cambiare, non
sento mai salutare con soddisfazione l’atterraggio di una pallina nella sabbia. Perché lì dentro
non c’è pressoché nessuno che abbia certezza dell’immediato futuro (non parlo dei quasi
scratch: e anzi con loro non voglio nemmeno parlare). Poca sabbia, troppa sabbia; asta lunga uscita corta; asta corta, uscita lunga. La verità? In bunker quasi nessuno è veramente padrone del proprio destino.

Nella sabbia sprofonda anche il nostro orgoglio. Ed è proprio la semplicità con cui i giocatori del Tour imbucano o lasciano la palla data dal bunker a provocare nel telespettatore una sensazione mista d’invidia e di sconforto.

Loro, come si sa, vedono la sabbia come male minore in caso di green mancato. Noi ci sentiamo più tranquilli perfino nel rough duro e spesso dell’avant-green: un attimo dopo,
quando la pallina flappata resta lì oppure scappa via per effetto di un top, ci accorgeremo che
sarebbe stato meglio sfidare la sabbia, ma tant’è: la nostra mente è fatta così.

Personalmente cerco di dedicare sempre un po’ di pratica specifica a questo benedetto tipo di
colpo con cui non si riesce a fare pace. Rovescio in bunker un cestello intero di palline, provo
le diverse uscite (corta, lunga, media), i diversi lie (in piano, in salita, in discesa), la diversa
quantità di sabbia. Al netto di qualche colpo pesante che non passa la sponda, i risultati sono
buoni a conferma che la pratica è l’unico rimedio possibile.

Poi vado in campo e tutto cambia, come al solito. E mentre la pallina, colpita troppo netta, vola oltre il green, ricomincio a contare le pecore. E anche a maledirle un po’, sia pure
affettuosamente.

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Al diavolo i tre putt

Un nuovo episodio di Massimo De Luca: ”Materializzatosi alle mie spalle chissà quando, chissà da dove c’era uno strano individuo: cappellino nero con visiera rossa e la scritta “Devil’s”, polo rossa, pantaloni neri un po’ antiquati, a zampa larga. Ai piedi, un paio di Mephisto. Mi fece una proposta…”

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Massimo De Luca, grande firma del giornalismo sportivo italiano e appassionato golfista

 

Materializzatosi alle mie spalle chissà quando, chissà da dove c’era uno strano individuo: cappellino nero con visiera rossa e la scritta “Devil’s”, polo rossa, pantaloni neri un po’ antiquati, a zampa larga. Ai piedi, un paio di Mephisto. Mi fece una proposta…

 

La maledizione dei tre putt aveva colpito ancora. Così un giro tutto sommato solido nella sua
regolarità era stato sfigurato dagli errori sul green fino all’esecrato virgolone. Sorbita senza
voglia la birretta di circostanza del post-gara, era stato inevitabile rinviare il momento del
ritorno a casa, dove avrei dovuto simulare sorrisi e canzoni per non sciropparmi la coniugale
lezione di vita sull’impossibilità di guastarsi l’umore per una pallina ribelle. Col solito finale al
veleno: “Alla tua veneranda età (è quel veneranda ad assestare l’ultima coltellata del giorno –
n.d.a.) non è possibile rovinarsi le giornate per stupidaggini del genere”.

Un po’ per questo, un po’ per disintossicarmi ero tornato sul putting green per dimostrare a
me stesso che, sì, ero capace di limitarmi a due putt da qualsiasi distanza.

Scavalcato il fastidioso assembramento di quelli che, avendo giocato bene, stazionano per ore davanti alla classifica in attesa di congratulazioni dai passanti, eccomi lì alla ricerca del feeling perduto con il diabolico strumento.

Imbucavo poco anche lì, ma almeno il vibrione dei tre putt sembrava debellato. Di metter
dentro il primo, però, manco a parlarne.

“Fausto,ti piacerebbe imbucarli tutti ?”. Chi aveva parlato? Ricordavo di esser solo sul green di
pratica. Mi sbagliavo. Materializzatosi alle mie spalle chissà quando, chissà da dove c’era uno
strano individuo: cappellino nero con visiera rossa e la scritta “Devil’s”, polo rossa, pantaloni
neri un po’ antiquati, a zampa larga. Ai piedi, un paio di Mephisto. “Non mi chiamo Fausto. E tu chi sei? Un tifoso del Milan ?” ho chiesto, un po’ sconcertato. “In un certo senso, sì. Ma non mi hai risposto, Fausto: ti piacerebbe, ripeto, imbucarli tutti ?”. “Che domanda! A chi non
piacerebbe?”. “Beh, io so come si fa. Vuoi provare?”. Eccone un altro, ho pensato. Un altro
presidente dei consigli, uno che crede di aver capito tutto e fa il professore. E insiste pure a
chiamarmi Fausto. Senza aspettare risposta, mi piazza alle orecchie due auricolari. A volume
insopportabile c’è Mick Jagger che strepita. “Grazie, non amo gli Stones. Ho sempre preferito i Beatles.” Faccio per liberarmi dal frastuono, ma il figuro mi blocca: ”E vorresti imbucare con
qualche nenia tipo Michelle o Yesterday? Ma fammi il piacere. E’ Sympathy for the Devil:
ascolta, concentrati e tira.” Il tono s’era fatto un po’ inquietante. Va beh, lo assecondo e me lo levo da torno. Putt da 7-8 metri: buca. “Prova ancora” mi fa con un ghigno mentre Mick Jagger continua a martellare:

«Se mi incontrate siate cortesi,
abbiate comprensione, e abbiate un po’ di buongusto,
siate educati come vi hanno insegnato
altrimenti disporrò che la vostra anima sia dannata»

Per essere sicuro di sbagliare e farla finita, mi piazzo a una decina di metri in discesa. Centro
buca. “Diavolo!”. “Eh, già: diavolo – fa il figuro – ci credi adesso? Mi vuoi come coach?” “E che faccio, vado in campo con Mick Jagger negli orecchi? E’ vietato, no?”. “Lo so che è vietato, ma questa è solo una dimostrazione. Tu fai un patto con me e ti garantisco che diventerai scratch in un paio di mesi. E non risalirai più. Farai score da favola. E soprattutto, mai più tre putt: te lo garantisco”. ”E tu quanto vuoi?”. “Poco. Solo la tua anima. Tanto, sei convinto di non avercela se è vero che te la fai sotto ogni volta che devi puttare, specie da vicino, quando non si può sbagliare. Allora, ti va l’affare?”. Stavo per rispondere sì, come la sventurata Monaca di Monza, quando ho sentito qualcuno scuotermi forte le spalle. Smarrito, ho visto su di me il viso angosciato di mia moglie: “Stai delirando, urli, parli di anima. Svegliati. Vuoi un po’d’acqua? Deve essere un incubo !” Sì, un incubo. Mica tanto, però. Forse era un sogno.

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