La guerra nel Golfo fa impennare il costo del jet fuel: effetti negativi su biglietti e traffico
Il conflitto nell’area del Golfo Persico sta provocando forti tensioni non solo sul piano geopolitico ma anche sul mercato energetico dell’aviazione. Il prezzo del jet fuel, il carburante utilizzato dagli aerei, sta registrando un aumento senza precedenti negli ultimi anni, complicando ulteriormente la situazione del trasporto aereo internazionale già segnata da cancellazioni, ritardi e passeggeri bloccati.
Secondo il Financial Times, il costo del carburante per l’aviazione ha raggiunto livelli che non si vedevano da quattro anni, a causa delle difficoltà di approvvigionamento legate al conflitto e alle interruzioni nelle rotte energetiche della regione.
“PREMIUM PRICE” AI LIVELLI RECORD
Nel mercato dell’Europa nord-occidentale – riferimento per molti contratti globali tra compagnie aeree e fornitori – il prezzo del jet fuel è salito del 12% in un solo giorno, arrivando a 1.416 dollari a tonnellata, il valore più alto dal giugno 2022 secondo l’agenzia Argus. Nel complesso della settimana, l’aumento ha raggiunto addirittura il 71%.
Ancora più significativo è il premium price rispetto al Brent, il petrolio di riferimento: il differenziale ha toccato circa 97 dollari al barile, un livello record. In Asia il margine è arrivato temporaneamente a 200 dollari al barile prima di ridimensionarsi intorno agli 80 dollari, mentre prima della guerra oscillava tra 20 e 25 dollari.
«Questo è il caos assoluto», ha affermato June Goh, analista del mercato petrolifero della società di materie prime Sparta, riferendosi all’aumento dei prezzi. «Non ci saremmo mai aspettati che il carburante per aerei potesse costare il doppio del petrolio greggio».
L’interruzione dei traffici nello Stretto di Hormuz sta limitando sia il greggio utilizzato per produrre carburante per aviazione sia il carburante stesso, riducendo le scorte disponibili. Secondo Argus, circa il 40% del carburante per aerei utilizzato in Europa transita proprio da questo snodo, con il Kuwait tra i principali fornitori.
Allo stesso tempo, molte compagnie stanno modificando le strategie di rifornimento scegliendo aeroporti alternativi al Golfo per evitare possibili carenze causate dal conflitto.
MUSCAT DIVENTA UN NODO CRITICO
Uno dei punti più sensibili è l’aeroporto di Muscat, in Oman. Da scalo relativamente tranquillo è diventato improvvisamente uno dei più trafficati della regione.
Le difficoltà di rifornimento stanno creando ritardi nelle operazioni aeroportuali e costringono diversi operatori a modificare i propri piani di volo. Alcuni jet privati, per esempio, stanno facendo scalo a Riyadh o al Cairo prima di raggiungere Muscat.
«Con potenziali ritardi nei rifornimenti e nei servizi di assistenza a terra, si rischia di perdere slot di partenza», ha affermato Charles Robinson, responsabile di EnterJet, marketplace specializzato in voli con jet privati. «In tal caso, si potrebbe verificare un ritardo di molte ore per i passeggeri e l’equipaggio, quindi molti operatori stanno optando per una sosta per il rifornimento durante il tragitto per evitare questi ritardi».
Il traffico nello scalo omanita è infatti cresciuto rapidamente: secondo i dati di Flightradar24, in una sola giornata sono stati registrati 273 movimenti tra decolli e atterraggi, rispetto ai 248 della settimana precedente.
EUROPA TRA LE AREE PIÙ ESPOSTE
La crisi energetica dell’aviazione potrebbe avere effetti particolarmente pesanti sul mercato europeo. Il motivo è strutturale: negli ultimi anni il continente ha ridotto la propria capacità di raffinazione, aumentando la dipendenza da forniture esterne.
Il carburante per aerei, infatti, può essere prodotto solo in raffineria e non può essere ottenuto tramite semplici miscele come altri prodotti petroliferi.
«Poiché le aziende e i Paesi asiatici sono così preoccupati per il proprio approvvigionamento, il prezzo che l’Europa dovrebbe pagare per ottenere carburante per aerei extra dall’Asia è astronomicamente alto. Nessuno sa quanto potrebbe salire», ha affermato Benedict George di Argus.
Il risultato è un mercato estremamente volatile che potrebbe presto riflettersi anche sui prezzi dei biglietti aerei, mentre il settore cerca di gestire un equilibrio sempre più fragile tra costi energetici, logistica e domanda di viaggio.